la panchina

L'idea comune comprende il primo, ed unico, incontro. La prima, ed unica, conoscenza. Mi interrogo e arricchisco il significato. Sarà la mia personale impressione di metamorfosi continua, ma credo che ci si possa incontrare e conoscere diverse volte in maniera, appunto, differente. Siamo gli stessi nomi e cognomi, teniamo stretti i documenti di tutta una vita ma eccoci di nuovo sconosciuti. La memoria si azzera come il conto alla rovescia l'ultimo dell'anno, ed è una cosa che ci appartiene anche se le nostri menti sono infinite. Tu ricordi un abbraccio da cui sono scappata via velocemente, io nemmeno ricordo l'intera giornata e qualcosa ci tiene insieme da sempre. Avremo pestato mille volte gli stessi marciapiedi senza accorgerci della nostra reciproca esistenza. Vivere è un sistema chiuso o lo è il nostro balcone sulla stirpe sociale che ci lascia e ci riprende come il fiato di un uomo che sta per annegare? 

Le certezze possono nascere solo dai dubbi. Ce ne sono stati parecchi ed alcuni misteri resteranno sempre una domanda da poter tirare fuori dal taschino mentre si penserà in futuro a cosa è successo. Ci metto sempre tanto a scegliere i vestiti per poi accorgermi che non ricordo per niente cosa indossavo la prima volta che ti ho incontrato di nuovo. In poco tempo eri lì e io in poco tempo c'ero arrivata, con la carne greve al cuore ho sciolto i nodi cronologici di situazioni che a stento riesco ad ingoiare. Su una panchina, in un parco, dove le cose accadono. Ci fu molta confusione nelle mie parole e pace agitata nei tuoi sguardi. Non sapevo niente di te e ora tu eri in vantaggio, una partita lunga quella di conoscersi. Ci si passa la palla, come ci si passa la bottiglia e ce ne siamo fregati subito della pandemia mondiale. C'era qualcosa che ci governava ed era la nostra serenità, così potente da racchiudere anche la tempesta che camminava con me. Dovevo trovare le mie mutande, ti invitai a spettatore dei miei sacchi della spazzatura, ti chiesi di restare e tu sorridendo presi in braccio la mia chitarra. Un momento degno dell'odore di fogna, che solo un palazzo vecchio quarant'anni in un quartiere degradato, all'improvviso si riempì di magia. Ancora una volta a disfare le valigie, ancora una volta a sistemare tutte le cose che da anni mi porto dietro come i miei ricordi tremendi ma niente prima d'ora mi era mai sembrato così perfetto. Andavo a letto pensando che poteva esserci una speranza, che la vita voleva dimostrarmi che niente muore per sempre. Il mondo mi sembrò così immenso e smise di farmi paura. 

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