la spazzatura

Davanti allo specchio guardavo le linee del mio corpo diventate ormai pulite. Niente eccessi solo forme quasi perfette, raggi a giusta distanza. Me la ridevo pensando a quella frase clichè "ciò che non uccide fortifica" e nel mio caso mi aveva portato a una bellezza inaspettata. Avevo perso tutto il peso che non mi apparteneva e mi sentivo stranamente leggera. Guarda, avrò sofferto per qualcosa. Ma in quel momento non sapevo che sarebbe stata solo la prima fase di una perdita molto più consistente. Ciondolavo. Nelle settimane successive persi il controllo del mio appettito, era lui che dettava il ritmo lento del suo lascito nei miei pasti. Una penna di pasta diventava un ostacolo estremo e trovavo nel masticare qualcosa di nauseabondo. Nuovamente davanti allo specchio pensavo a quanto questa condizione fisica rispecchiasse il mio contesto snaturato che trovavo rivoltante. Mi restavano ancora delle forze, quelle sufficienti per fingere ancora un pochino di aver un ruolo in tutto quel caos. Nessuno cucinava. Tutti avevamo perso la motivazione e l'aria era stantia. Il chiuso era perenne, dentro e fuori e la paura stava sfumando. Quanta paura durante le prime notti senza di lui. L'impressione che non ci fosse nessuno a proteggersi, a strapparci un sorriso ed una coccola. Tutto era privo di senso esattamente come lo immaginai il mese precedente pensando al cancello ed al mio ruolo fondamentale in questa faccenda. Una serie di eventi evitanti, un incidente che si poteva evitare e ora il nulla. Tutto era cambiato e non era ancora finita, stava continuando la metamorfosi del tempo e delle anime. Passarono i giorni e mi fermai ormai indisposta a fare altro e mi chiesi profondamente quale sarebbe stata la prossima mossa. Alzai il telefono e feci quella telefonata, presi quel treno e andai all'ultima fermata dov'ero stata prima di arrivare in quella casa. In cerca di risposte, piena di domande e di ansie generali. Lo incontrai con i suoi vestiti chiari e mal assemblati come a dire non mi importa un cazzo se non c'è senso di equilibrio. Mi aveva sempre infastidita il fatto che non facesse caso a certe cose, pensavo che infondo siamo tutti così diversi e cercavo di non farci troppo caso. Ma è inevitabile provare il fastidio, uno si sforza ed è l'unica cosa che può fare. Aveva tagliato i capelli, aveva gli occhi colmi di sentimenti e io non capivo niente. Cosa ci facevo a Bologna quel pomeriggio? Volevo salutare il passato o riaccoglierlo? Ero aperta ad ogni possibilità. Lo ero come lo è chiunque in un banco di nebbia, sai che prima di essere uscito da lì tutto è relativo e non puoi fare altro che andare avanti. Sapevamo entrambi che i vecchi tempi potevano essere onorati solo in un modo, bevendo, e così tutto iniziò a rallentare. I pensieri diventarono comodi e io continuavo a perdere tempo, in quel momento che avrei creduto eterno nei ricordi e che invece ad oggi pare un poesia letta tanto tempo fa.

Tornai a casa che era già sera. Tornai come un omicida dopo il suo ultimo lavoro. Molti erano risentiti e ed ero stata avvisata. Mi aveva detto che mentire fa parte dell'essere adulti, ma non ero d'accordo come non lo ero dei suoi vestiti. Pensavo piuttosto che fosse l'alternativa di una persona disperata, senza casa, senza soldi e senza orizzonti come me. Io non volevo questo per il mio futuro. Mi sarebbe piaciuto affrontare la verità e dare un senso al mio aspetto magro e scarno, quasi morto, un senso alla mia sofferenza e dire le cose come erano. Senza accomodare il racconto, senza addolcire le parole. Era un suicidio di circostanza. Mi stavo lanciando fuori dal mezzo in corsa al primo accenno di civiltà. Ma chissenefrega. A un certo punto tenevo i fili come un'artista di marionette. Ero il dio che nessuno voleva, invocata e dannata per le mie decisioni in uno schema nutrito dalla possibilità di delegare. 

I miei progetti vivi di umanità cessarono in un mucchio di sacchi della spazzatura. Come lo farò e soprattutto quando? Organizzavo un tempo che non mi apparteneva tanto come quel luogo. La fine di quella lunga e dolorosa storia era l'immagine di tutte le mie cose gettate violentemente in enormi sacchi della spazzatura. Questo accadde nello stesso giorno in cui andai a vedere per la prima volta un piccolo appartamento del centro e per questo motivo dentro di me ridevo, come quel giorno allo specchio guardando il mio corpo in mutande. Anche se sì, non avevo più la minima idea di dove potesse essere finita tutta la mia biancheria. 

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